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OSAMA E ALTRE DOCU-FICTION di Maurizio Blondet

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Anche se il proclama è apparso su un blog della Google, anonimo e in lingua inglese, ospitato da un server USA. (1)
Un complottismo ufficiale massiccio e corale, una voluttà di paranoia, di alimentare odio e paura irrazionale.
Tutti arruolati volontari nella maligna «guerra della percezione», che è la vera guerra in corso.
Dietro questa nube psichica, sarà probabilmente inutile ricordare le realtà di fatto.
Ma ci proviamo, instancabili.

Va ricordato dov’era Osama bin Laden l’11 settembre 2001, il giorno del mega-attentato che ha ottenebrato l’Occidente.
Era a Rawalpindi, città di 1,5 milioni di abitanti, in un ospedale militare pakistano, per sottoporsi a dialisi.
E non lo raccontò un complottista.
Lo spiegò Dan Rather, l’anchorman della catena televisiva CBS, il 28 gennaio 2002. (2)
Quella sera, Dan Rather annunciò lo «scoop esclusivo», e diede subito la parola all’inviato Barry Petersen, che era in Pakistan.
«CBS
News ha saputo che la notte prime dell’11 settembre, Osama bin Laden
era in Pakistan. Stava ricevendo trattamento medico con l’assistenza di
quello stesso apparato militare che qualche giorno dopo assicurò di
sostenere gli USA nella guerra al terrorismo in Afghanistan
».
Sul video appare l’ospedale militare di Rawalpindi, poi un’infermiera di spalle.
«Questa
dipendente sanitaria, la cui identità deve essere protetta, dice che
quella notte tutto il normale personale del reparto urologia è stato
mandato via, e sostituito da un gruppo segreto. Dice che c’era da
curare una persona molto speciale
».

Appare un altro interlocutore, col volto coperto: «I
militari lo circondavano, dice questo impiegato dell’ospedale che,
anch’egli, non vuole essere riconosciuto: ‘Ho visto il paziente
misterioso mentre scendeva, sorretto, da un’auto. In seguito ho visto
molte immagini di quest’uomo: è colui che conosciamo come Osama bin
Laden. Ho sentito due ufficiali che, parlando fra loro, dicevano che
Osama bin Laden andava curato e sorvegliato attentamente
».
Seguiva una spiegazione delle «numerose malattie» del capo terrorista, «problemi gastrici e della spina dorsale» oltre alla grave insufficienza renale.
Petersen: «I medici dell’ospedale negano che quella sera [il 10 settembre]
sia avvenuto qualcosa di speciale, ma rifiutano di farci vedere, come
abbiamo chiesto, i registri di ricovero. Il governo ha smentito che bin
Laden abbia ricevuto cure ospedaliere quella notte
».
Voce fuori campo: «Il
presidente pakistano Musharraf ha dichiarato che bin Laden soffre di
affezioni renali, e che secondo lui è moribondo. Il più recente video
mostra un bin Laden pallido e debole, che non muove il braccio sinistro
».
Poi l’immagine del ministro Donald Rumsfeld mentre dice: «Per quanto riguarda la salute di Osama bin Laden non ne ho alcuna conoscenza».
Petersen, ironico: «Gli
Stati Uniti non hanno modo di sapere chi, nell’apparato militare o di
spionaggio pakistano, aiutava bin Laden anche la notte prima dell’11
settembre, fornendogli la dialisi per tenerlo vivo. Dunque gli Stati
Uniti non sanno se queste stesse persone non lo stiano aiutando a
restare libero
».
Cinque anni sono passati da questo scoop.

L’ultima illazione su dove si trovi Bin Laden è apparsa, il 9 settembre 2006, su un giornale australiano, lo Hobart Mercury: «La
maggior parte degli analisti d’intelligence sono certi che Osama si
nasconda da qualche parte al confine tra Afghanistan e il Pakistan.
Negli ultimi tempi è stato detto che egli si trova probabilmente
nell’Hindu Kush, nell’area tribale di Chitral, sotto il monte Tirich
Mir, alto 7.700 metri…
».

Un alpinista estremo: niente male per un malato grave, bisognoso di dialisi settimanale.
O forse nel Waziristan ha ricevuto un trapianto ed ora scoppia di salute.
Che la fonte di questa «notizia» sia la cosiddetta intelligence americana non c’è dubbio.
Il Balochistan Times, il 23 aprile 2006, ha citato una frase di Bush sulla difficoltà di catturare Osama.
Il nemico, ha detto il presidente, «si trova in un’area estremamente montuosa e assolutamente inaccessibile, con montagne altre da 3 a 4 mila metri».
E non ci sono «infrastrutture di comunicazione in grado di rintracciarlo» (sic).
Non
è opportuno ricordare – e infatti i media se ne guardano bene – che
Bush fu vicinissimo a catturare Osama nel novembre 2001, a Tora Bora,
dopo che i B-52 avevano bombardato a tappeto la zona definita «l’ultima
ridotta di Osama»; un commando americano aspettava solo l’ordine. L’ordine non venne.
Oggi, invece, nel quinto anniversario, uno speciale della ABC dal titolo «The path to 9/11» («verso l’11 settembre»), ha dimostrato, diciamo così, che fu Clinton a lasciar scappare l’arcinemico: «troppo occupato con la scandalo Levinsky per combattere il terrorismo».
Questo
speciale è stato confezionato con spezzoni autentici e sequenze
inventate, da telenovela: il nuovo genere della docu-fiction, «finzione-documentazione».
La docu-fiction è l’arma segreta della guerra di percezione in corso.

Per il quinto anniversario, vari film sono stati
preparati per confermare psichicamente la versione ufficiale
pericolante, dal film di Oliver Stone sui pompieri delle Twin Towers a «United 93», che ha ricostruito fantasticamente «l’eroica resistenza» dei passeggeri contro i terroristi (armati di taglierino).
Non
hanno successo di botteghino, ma non importa: servono a «passare» a
spezzoni sul piccolo schermo, come sfondo delle ricostruzioni e
dibattiti sull’11 settembre.
E’ successo a Matrix, succederà ancora: è il mezzo per «saturare psichicamente», con immagini «vere» e false, il pubblico che fosse tentato di dubitare della «verità».
Lo scoop della CBS del 28 gennaio 2002 viene così cancellato dalle memorie corte.
Quella
scoperta giornalistica risale a un tempo in cui ancora il giornalismo
poteva cercare in modo autonomo i fatti, e in cui la docu-fiction non
aveva del tutto chiuso ogni spiraglio.
Quel tempo è finito.
Nel
convegno alternativo sull’11 settembre a Bologna, Giulietto Chiesa ha
riferito a questo proposito di un episodio agghiacciante. (3)
Il
parlamentare europeo ha raccontato come, pochi giorni prima, fosse
stato invitato dalla commissione Difesa della UE ad assistere – così
era letteralmente scritto sull’invito – al «filmato che simula un attacco nucleare terroristico su Bruxelles».
Un vero e proprio film, ha detto Chiesa, costruito come un reportage «dal vivo».
Completo
di tutto: le facce note della CNN che annunciavano l’orribile attacco
sulla capitale eurocratica, la notizia ripetuta da Al Jazeera e da
tutti i network, le reazioni internazionali con l’apparizione dei veri
capi politici di oggi, le affannate tavole rotonde con «esperti»
reali…intanto, minuto per minuto, andavano immagini satellitari che
mostravano lo spostarsi della nube radioattiva, portata inesorabilmente
dal vento ad espandersi sull’Europa del nord.

Non mancava nemmeno la rivendicazione: il «vero» Osama bin Laden rivendicava il lancio dell’atomica in arabo, con sottotitoli in inglese, nel solito video «fatto recapitare ad Al Jazeera».
Sbalordito, Chiesa ha chiesto «chi» avesse pagato per una simile produzione video, evidentemente costosa.
Era stata fatta coi soldi dei contribuenti?
No, è stata la tranquillizzante risposta: si è trattato di un «regalo».
Offerto
dal CSIS, il Center for Strategic and International Studies di
Washington, un think-tank correntemente ritenuto emanazione della CIA.
Un «regalo» del tutto equivalente a una testa di cane troncata, quale la mafia suole recapitare alle sue vittime designate.
Una minaccia.

Vale la pena di analizzare il messaggio contenuto in quel regalo del CSIS all’Europa. Esso dice tre cose:

1 – Possiamo farvi questo – tirare una bomba atomica su Bruxelles – e abbiamo i mezzi per addossarne la colpa ad «Al Qaeda».
2 – Di più: possiamo convincere la vostra popolazione che è stato Osama, e non noi.
3 – Come vedete, abbiamo già preparato gli spezzoni della «atroce realtà»
che i vostri telegiornali manderanno in onda se e quando la cosa
avverrà, come materiale autentico, giornalismo puro, pura
documentazione. Chi dubiterà del video di Osama?
Può avvenire davvero, se l’Europa continua a resistere a partecipare alla «long war».
Come dice Israel Singer, «non crediate di essere immuni» dal terrorismo.
Questa è la nuova realtà in cui siamo entrati.
E’
in corso una guerra vera e spaventosa, in Afghanistan, Iraq e Libano (e
presto in Iran e Siria) con autentiche bombe e vere distruzioni e
stragi.
Ed è in atto una «guerre della percezione», in Occidente.
Le bombe vere sono per gli islamici.
Ma il bombardamento psichico è diretto contro voi e noi, i loro nemici più temuti.
La guerra è contro di noi, e il nemico vero è il nostro principale alleato.
Armato di immagini digitali, che possono essere mescolate e fatte apparire vere. (4)

Ma non basta. Il nemico strategico, quello che
compie gli attentati false flag contro di noi per poter continuare a
bombardare gli altri, ha un alleato primario: non solo i direttori dei
media che volontariamente, con mezza-coscienza, diffondono la
docu-fiction come fosse vera; ma soprattutto il pubblico occidentale,
con la sua enorme, invincibile ignoranza e passività.

È questo pubblico che beve tutto, perché non si occupa di nulla.
Questo
pubblico convinto al 30 %, come ha rivelato un sondaggio inglese, che
il nome dell’attuale governatore della California sia Conan il Barbaro:
il pubblico incapace di distinguere tra giornalismo e fiction.
Su questo colossale ignorante collettivo si basano i malvagi; da esso traggono la loro forza.
«Libero» dedica al sottoscritto una colonna: «Blondet cittadino onorario di Eurabia».
Presto, vedrete, arriverà la prova: Blondet o Chiesa che stringono la mano al «vero»
Osama bin Laden, lassù sull’Hindu Kush ; miracolo che l’elettronica
digitale rende possibile, e di cui l’agente Betulla è in posizione di
ottenere l’esclusiva.
Perché questo, in fondo, è il movente vero che
induce tanti «giornalisti» ad arruolarsi volontari nel sistema della
menzogna: l’opportunità, con la scusa legittimante di battere il
terrorismo, di colpire i colleghi, di prendersi delle piccole,
meschine, vendette interne, di nuocere ed insultare i conoscenti.
Di fare una piccola ripugnante guerra civile nella tragedia globale, come quei «partigiani»
Che, durante la resistenza, approfittarono per ammazzare il vicino di casa invidiato, derubarlo, violarne la moglie.

È questa bava d’odio che spiega tutto: anche la volontà evidente di credere alla menzogna incredibile.
Un «filosofo cattolico»,
di cui abbiamo commesso l’errore in passato di pubblicare qualche
articolo credendolo ancora filosofo e cattolico, ha mandato all’editore
una mail che plaude al Papa e al suo infortunio con questa motivazione:
«Ha finalmente detto la verità sulla merda Maometto».
Uno schizzo di merda.
Un rigurgito acido di bile pura, gratuita.
E se così «pensa» un «filosofo», è inutile lottare per la verità.
Oggi, si è «cattolici» per poter odiare i musulmani meglio, sull’esempio della cristiana Fallaci, che si è fatta seppellire in terra sconsacrata.
Non vi è alcuna fede.
E’
il bisogno collettivo di odiare, di nuocere, che finalmente può
liberarsi, che con la scusa della cristianità in pericolo ha trovato il
bersaglio.
Su Avvenire, appare un fondo, che difende il diritto del
Papa a dire quel che ha detto sull’Islam (e che il Papa nega di aver
detto con intenzione di odio).
L’ho conosciuto questo il firmatario; brava persona.
Ai
tempi dell’invasione USA all’Iraq, ci comunicò che aveva portato via la
famiglia da Roma, temendo una pioggia degli Scud di Saddam: ignaro, in
buona fede, che la gittata di quei vecchi missili è di 300 chilometri,
e non certo intercontinentale.
Come lui sono tanti.
Pronti a credere alla docu-fiction, se un giorno «Osama»
lancerà una bomba atomica su Bruxelles. La guerra della percezione li
trova già pronti: nella parte di vittime e di collaboratori insieme.

Nessuno si chiederà perchè mai, a quale scopo
strategico, Al Qaeda dovrebbe sprecare un’atomica (non deve averne
tante) su una capitale europea, anziché sugli USA o Israele: e non se
lo chiederà: perché tutti, in fondo, «vogliono» crederci.

La docu-fiction ha la sua grande giornata; ma senza l’odio e la meschinità omicida dei piccoli non avrebbe tanta forza.
Il Papa farebbe bene a pensare su questo fenomeno, assai più pericoloso dell’Islam.
Ma cosa sa il Vaticano della modernità e dei suoi trucchi?
Ha
mandato via Navarro Valls e l’ha sostituito con un gesuita, definito
giornalista in quanto direttore di una rivista bimestrale; ma Al
Jazeera diffondeva le parole papali in ogni angolo dell’Islam già dopo
cinque minuti.
Quanto al segretario di Stato che s’è scelto,
Tarcisio Bertone, è una brava persona: che a quanto pare non conosce
alcuna lingua, e la cui vera passione sono le partite di calcio, che
commentava da «giornalista» sul giornale della CEI.
C’è da stupirsi che il Papa sia stato involontario strumento della «guerra di percezione» totale in corso, subito usato e manipolato?
E’ la vecchia storia dei buoni: candidi come colombe, e incapaci di essere accorti come serpenti.
O ancor più, questa: che l’Anticristo «farà prodigi tali da sedurre, se possibile, perfino gli eletti».
Questa profezia si è avverata sotto i nostri occhi.


Note
1)

Il blog, come segnala Miguel Martinez sul suo sito (kelebek. splinder.com), è ospitato su Blogspot che ha il seguente «registrant»: Google Inc. (DOM-345046) 1600 Amphitheatre Parkway Mountain View CA 94043 USA. Commenta Martinez: «il blog, pieno di affermazioni come ‘Shaykh Oussama Ben Laden may Allah protect him’ e improbabili rivendicazioni (solo nel comunicato di oggi, sostengono di aver ucciso più di diciassette americani in un solo attentato), sta
felicemente sul server di Google. E quel server si trova in un Paese in
cui il minimo sospetto di ‘terrorismo’ porta in luoghi segreti di
detenzione senza processo. E che ha i migliori esperti di computer del
mondo, in grado di scoprire la provenienza di qualunque ‘upload’ a un
sito
». Il blog non è che sta lì da ieri mattina. Sta lì da marzo,
come si può vedere dagli archivi. Insomma, l’immenso apparato di
sicurezza statunitense, che controlla anche i libri che la gente prende
in prestito in biblioteca, ha avuto mezzo anno per scrivere quantomeno
una rispettosa richiesta al signor Google perché tolga il blog. E
invece niente. Questo improbabile blog, scritto – a differenza di quasi
tutto il materiale jihadista – in lingua inglese, lancia le seguenti
minacce alla nostra enologia, che citiamo in inglese per il
divertimento dei nostri lettori: «We say to the cross worshiper [the Pope]: Both
you and the Romans, be awaited for the defeat as you see what happens
everyday in Iraq, Afghanistan and Shishan etc…, and we are waiting for
victory, martyrdom, triumph, enabling and Caliphate
(Islamic state) which judges by the law of Allah, then we will break the cross, shed the wine and we wont accept Giziya (Islam or Death), Allah will give Muslims the victory in their war against the Romans and their final capital Rome like his Prophet Mohammed – peace upon him – has promised in the right Hadith and as we were the victorious when we conquered Istanbul in the past». Ah, dicono pure che ci fregheranno i soldi e i bambini: «O
Allah return their cunning on them, destroy them, enable us of their
necks and make them with their money and children a booty for the
Mujahedeen by your strength O the Almighty…
». Come noto, dopo l’11
settembre Al Qaeda non ha più commesso alcun attentato sicuramente
attribuibile a questa organizzazione; in compenso si è riconvertita in
una casa di produzione di video di successo. E i suoi video vengono
diffusi dalla IntelCenter, una ditta americana che è una filiale della
Tempest Publishing Co. – la quale a sua volta produce manuali e DVD «educativi»
sulle minacce terroristiche (chimico-biologiche-nucleari) per conto di
clienti come la US Army, la Us air force, l’USAMRIID (il laboratorio
militare da cui uscì il famoso antrace), e il Lawrence Livermore, il
laboratorio da cui uscì la prima bomba atomica. Insomma un centro di
pura propaganda, una fabbrica di «percezione».
2) Michel Chossudovsky, «Where was Osama on september 11, 2001?!», GlobalResearch, 9 settembre 2006.
3) Il
convegno di Bologna, con illuminanti video di Massimo Mazzucco e la
partecipazione di personalità americane che smentiscono la versione
ufficiale sul’11 settembre, ha avuto 700 spettatori paganti: un
successo senza precedenti in Italia. Nel corso del convegno si sono
poste le basi – su richiesta dei relatori americani – per costituire
una commissione di personalità europee indipendente, una sorta di
Tribunale Russel, che esamini la questione 11 settembre e specialmente
gli indizi a contrario fin qui raccolti.
4) Nel 1997 fu prodotto il film «Wag the Dog», in italiano «Sesso e Potere»,
con Robert De Niro e Dustin Hoffman: mostrava come per salvare il
presidente da uno scandalo sessuale, il servizio segreto organizzava
una guerra contro l’Albania. Guerra del tutto virtuale, prodotta con
immagini digitali. La scena principale, infinitamente ripetuta dai
network, mostrava una contadinella albanese che scappava dalla sua casa
in fiamme abbracciando un tenero gattino. Il gattino veniva
continuamente modificato elettronicamente: prima un soriano, poi
bianco, poi maculato.

(Tratto da www.effedieffe.com)

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