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Perù, Honduras, Colombia: L’Impero colpisce ancora – di Daniela Trollio

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Da circa due anni, nel quadro dei Trattati di Libero Commercio con gli USA a cui ha aderito il Perù di Alan Garcìa, proseguono i progetti per la privatizzazione delle risorse amazzoniche del nord del paese (la selva costituisce quasi il 60% del territorio peruviano). Le grandi multinazionali del gas e del petrolio (oltre a quelle nord-americane, l’anglo-francese Perenco, la spagnola Repsol, la canadese Petrolifera Petroleum Ltd.) aspettano di poter mettere le mani sulle risorse energetiche del Perù, contrastate da lotte e rivolte sanguinose dei contadini, dei minatori e degli indigeni che vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza da tali accordi, a cui il governo risponde ogni volta con la proclamazione dello stato d’assedio e la militarizzazione della regione. Nei primi mesi del 2009 sono ormai più di 300.000 i contadini e gli indigeni organizzati e mobilitati, che chiedono la sospensione di sette degli articoli della cosiddetta Legge della Selva con cui verrebbero date in concessione le loro terre. Il 5 giugno su di loro si abbatte la repressione: l’esercito – con una manovra in perfetto stile militare – attacca con bombe, elicotteri e blindati gruppi di indigeni armati solo dei loro bastoni cerimoniali di legno, che bloccano una strada nella zona di Bagua Chica, a 700 chilometri a nord di Lima.
Ciò che segue è quello a cui ci hanno abituati anni di sanguinose dittature sudamericane: più di cento morti, molti dei quali gettati nei fiumi o bruciati, centinaia di feriti, desaparecidos, torture e arresti. Decine di migliaia di persone manifestano in tutte le maggiori città del Perù, (30.000 solo a Lima) con violenti scontri con la polizia, feriti e arresti. I movimenti indigeni dei paesi vicini proclamano la loro solidarietà. Travolti dallo scandalo – e dalla minaccia di uno sciopero generale proclamato da sindacati, movimenti sociali e gruppi per i diritti umani, oltre ai risultati di un’inchiesta che segnala che il 60% dei cittadini incolpa il presidente del massacro – si dimettono la Ministra per lo Sviluppo ed il primo ministro Yehude Simon, dopo aver chiesto “un milione di volte perdono”. Il congresso peruviano sospende per il momento l’attuazione della Legge della Selva, per altro dichiarata anticostituzionale dalla Commissione Costituzionale del Congresso. Dagli Stati Uniti del “democratico” Barak Obama non una sola parola di condanna.
26 giugno: l’Honduras si sveglia senza Manuel “Mel” Zelaya, il suo presidente democraticamente eletto. Nelle prime ore della mattinata un gruppo di soldati incappucciati e armati entrano nella sua residenza, minacciano di morte la sua famiglia e lo portano all’aereoporto di Tegucigalpa, imbarcandolo a forza su un aereo diretto in Costa Rica. Vengono sequestrati, minacciati e colpiti gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba e Venezuela che, alla notizia del golpe, si sono presentati nell’abitazione della Ministra delle Relazioni Estere Patricia Rodas, per esprimerle la solidarietà dei loro paesi. L’operazione segue alla lettera quanto descritto nei manuali della Scuola delle Americhe, in cui sono stati addestrati i militari honduregni, compresa la falsa lettera di dimissioni di Zelaya. Nei giorni successivi, e fino a oggi, in tutto il paese scoppiano scioperi, rivolte, manifestazioni con scontri, feriti, morti e la Resistenza che si organizza e si consolida.
Di cosa è colpevole Zelaya, leader del Partito Liberale di centro-destra? Fondamentalmente di due cose, oltre che di aver decretato una serie di misure contro la povertà, tra cui un aumento del salario minimo: aver aderito all’ALBA (Alternativa Bolivariana delle Americhe), il progetto di integrazione economica e politica del continente promossa dal Venezuela di Hugo Chavez e aver commesso il delitto imperdonabile di voler “chiedere al popolo”, attraverso un referendum consultivo (in Honduras il voto è obbligatorio per le elezioni ma non per i referendum), la convocazione di un’assemblea costituente che rivedesse la costituzione del 1982, scritta durante il periodo della “guerra sporca” di Reagan contro i sandinisti, quando in Honduras avevano le loro basi la “Contra” nicaraguense e gli squadroni della morte , addestrati dalla CIA nella base di Soto Cano e il loro supervisore John Negroponte (che avrebbe poi proseguito il suo sporco lavoro in Messico e in Iraq) giurava, falsamente, al Congresso degli Stati Uniti che in Honduras non si commettevano violazioni dei diritti umani.
Il referendum prevedeva anche la possibilità di rielezione per il presidente, ma questo non avrebbe riguardato Zelaya perché il suo mandato scadrà a novembre, quindi ben prima che fosse possibile redarre una nuova costituzione. L’analogia con quanto successo sia in Venezuela che in Bolivia, dove sia Chavez che Morales sono stati accusati di voler diventare presidenti “a vita”, è evidente.
Il progetto di referendum aveva raccolto le firme di 400.000 cittadini ed era appoggiato dalle tre centrali sindacali, dal Blocco Popolare dell’Honduras e da una serie di organizzazioni sociali.
Lo sostituisce il presidente del Congresso, Roberto Micheletti, un industriale.
Con molto ritardo il governo USA condanna tiepidamente il golpe e a tutt’oggi il Fondo Monetario Internazionale sta ancora discutendo se sussistano le condizioni per erogare i prestiti già promessi all’Honduras al governo golpista.
Agosto 2009. Il comandante delle Forze Armate colombiane, gen. Padilla, conferma che è stato firmato l’accordo tra Barak Obama e Alvaro Uribe per l’utilizzo, da parte degli USA, di ben sette basi militari in Colombia (campi di aviazione e basi navali), dove opereranno soldati nord-americani e contractors civili, come la Blackwater.
Davanti alle proteste dei governi della regione, Uribe si affanna per tutto il mese a spiegare che si tratta del seguito del Plan Colombia, un accordo contro “il terrorismo ed il narcotraffico” (nonostante che nell’ultimo anno siano stati decine i deputati del suo partito arrestati per legami coi paramilitari e i narcotrafficanti colombiani), nel quadro del quale la Colombia ha ricevuto dagli Stati Uniti in 9 anni circa 7.000 milioni di dollari. Con questo accordo la Colombia diventerà l’Israele dell’America Latina.
I fatti sopra ricordati permettono di congiungere due piani: quello economico e quello militare.
Molti analisti concordano sul fatto che l’economia capitalista post crisi dovrà fare i conti con quattro elementi fondamentali: energia, acqua, biodiversità e terre per la produzione di agricombustibili e alimenti. L’America latina li possiede in quantità ma conta anche su popoli sempre più coscienti e organizzati e su governi che non intendono più essere il cortile di casa degli USA e delle multinazionali.
Cuba non è più sola a battersi contro l’imperialismo – nella sua accezione attuale, il neoliberismo – nell’emisfero sud.
Brasile e Venezuela possiedono immensi giacimenti di petrolio: uno dei più grandi non ancora sfruttati è stato scoperto alcuni mesi fa al largo delle coste brasiliane; il Venezuela possiede, secondo gli ultimi rilevamenti, riserve per 314.000 milioni di barili, cosa che lo converte nel primo produttore mondiale, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia fissa per il 2020 il peak oil.
L’Amazzonia è la cassaforte che contiene la maggiore riserva di acqua del pianeta, di biodiversità e immensi territori mai sfruttati.
Ma sfruttare queste immense risorse richiede il ristabilimento dell’egemonia dopo che la crisi economica ha tolto il velo al liberismo (e allora diventa pericoloso anche un liberale come Zelaya) e, soprattutto, un braccio militare. Così l’anno scorso è stata riattivata la 4° Flotta della Marina USA, che conta oggi con le sette basi colombiane. Questa rete permette un modello flessibile di intervento, messo a punto già durante la presidenza Clinton: in poche ore si possono spostare truppe e armamenti senza i costi che impongono le grandi concentrazioni di soldati e gli apparati fissi utilizzati in passato.
Scrive Fidel Castro il 27 agosto, in una delle sue Riflessioni: “L’unico proposito degli Stati Uniti con queste basi è quello di situare l’America latina alla portata delle sue truppe in poche ore. ….Con queste basi, e quelle delle Isole Malvine, del Paraguay, del Perù, dell’Honduras, di Aruba, di Curacao e altre, non rimarrà un solo punto del territorio del Brasile e del resto dell’America del Sud fuori dalla portata del Comando Sur, dove in poche ore con l’uso dei loro più moderni aerei di trasporto potranno far arrivare truppe e altri mezzi sofisticati di combattimento….Questo programma, che comprende la ripresa della 4° Flotta, è stato disegnato da Bush e preso in eredità dall’attuale governo degli Stati Uniti ….Le portaerei nucleari non hanno bisogno di droghe per combattere.” Con buona pace di chi ha creduto in Barak Obama.
 
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