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Sei sicuro che in Europa non ci sia la pena di morte?

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Che raccapriccio ci destano le foto di impiccati in Iran, o di fucilati in Cina! Con quanto orrore apprendiamo che nel mondo la pena di morte è ancora praticata! Sì certo: la nostra coscienza di persone democratiche si ribella al solo pensiero che possa ancora esistere una procedura, chiamata legge, con cui uomini decidono, organizzano, procurano la morte di altri uomini.

E con quale respiro di sollievo noi europei progrediti, volterriani e democratici possiamo dire di essere immuni da tale barbarie che ci ricorda i cupi tempi del passato.

Ma purtroppo questa non è la nostra realtà. Anche se ben pochi lo sanno, l’Europa Unita riconosce e tutela l’applicazione della pena di morte. Ed è tutto nero su bianco, sacrosanta legge. Legge democratica e rispettosa dei diritti umani, certamente, ma legge di morte.

Nell’Europa Unita (questo fulgido paradiso terrestre) è in vigore dal 1953 la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU ne è la sigla comunemente usata). La CEDU è stata riconosciuta dal Trattato di Lisbona del 2007, insomma la CEDU è a tutti gli effetti un testo normativo dell’Europa Unita.

Il titolo emana una soave brezza di pace, armonia e libertà: Diritti dell’Uomo… Libertà Fondamentali… meraviglioso! E non ci aspetteremmo nulla di meno da un testo di capitale importanza per la dignità degli esseri umani, provati da un secondo conflitto mondiale e dagli orrori dell’Olocausto. Ma se il titolo è ambrosia, nel testo c’è veleno.

L’articolo 2 sancisce il diritto alla vita. Evviva! Grazie tante! Però cominciano subito i distinguo: gli stati possono istituire la pena di morte, e già così il diritto alla vita è un po’ meno tutelato….

Ma la sorpresa allucinante arriva poche righe dopo: la morte è inflitta non violando l’articolo 2 (dunque è una morte legale) se il ricorso alla violenza fosse assolutamente necessario “per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione” (citazione testuale).

Vogliamo immaginare uno scenario verosimile di applicazione di tale delirio? In una grande città si organizza un imponente corteo di persone per protestare contro la CEDU, cioè proprio contro il nobilissimo capolavoro dell’umanesimo europeo che decide chi può legalmente essere ammazzato.

La manifestazione di massa coinvolge una folla, ed è naturale ed ovvio, dato che tale testo illuminato riguarda il popolo governato, la plebe, il carname su cui dominano i potenti della terra.

Come può accadere in manifestazioni di massa, qualcuno lancia un sasso, spacca una vetrina (forse anche non intenzionalmente, ma non importa), lancia un petardo o uova marce contro le forze di polizia che, ovviamente, presidiano in blocco e sono armate fino ai denti.

Come accade in manifestazioni di massa, l’irrazionale, la paura, la rabbia, la confusione esplodono e accadono isolati episodi di quello che poi i giornali chiameranno vandalismo: auto rovesciate e bidoni della spazzatura buttati in mezzo alla strada e incendiati. Continuiamo con la immaginazione di un evento verosimile.

Un poliziotto più nervoso, o più aggressivo, o più spaventato di altri spara un colpo di pistola. Ovviamente, il colpo è partito per sbaglio, mentre il tutore dell’ordine guardava la statua della madonna sul campanile della basilica cittadina, o stava narrando ad un collega la sua cena della sera prima, o soltanto impugnava l’arma per brandirla a mo’ di deterrenza verso i facinorosi.

Il proiettile, compiendo traiettorie fantascientifiche su cui lotteranno i periti di parte, colpisce in piena fronte (guarda la sfortuna!) un ragazzo che gridava il suo no alla CEDU.

Questo omicidio, in forza di quanto stabilito dalla CEDU, “non è considerato inflitto in violazione” della legge, perché il giovane assassinato è stato abbattuto “per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa”.

La CEDU riserva altre belle sorprese. Nessuno, vi si dice solennemente, può essere messo in galera, ma ci sono un sacco di casi in cui questo diritto non vale più. Lasciamo stare i casi facili, quelli in cui si vuole mettere dentro un criminale pericoloso, un serial killer e via dicendo. Ma qui in galera ci possono legittimamente finire “i vagabondi”. Sì, avete letto bene: “vagabondi”, come sancito dall’art. 5 comma 1 punto e.

Domanda: come si stabilisce legittimamente, e sicuramente, la categoria dei vagabondi? Quali sono i caratteri distintivi di essi? Chi è stato sbattuto fuori di casa perché ha perso il lavoro è un vagabondo? Dunque si aggiunge il danno alla beffa: disoccupato e poi incarcerato.

Un grande poeta, come Dino Campana o Walt Whitman, che abbia deciso di vivere in libertà, quasi nomade, è un vagabondo? Va messo in prigione per la sua scelta artistica ed esistenziale?

E per finire la ciliegina sulla torta: la CEDU è bella e buona, ma “in caso di guerra o di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione” (art. 15), ogni paese contraente può decidere di fare a modo suo, di ignorare le disposizioni della CEDU e di fare come se non esistessero. Dunque, la CEDU vieta la tortura (art. 3), ma se è in pericolo la vita della nazione, si può bellamente torturare.

E dato che “la vita della nazione” coincide perfettamente con la “vita della oligarchia politica ed economica che domina la nazione”, possiamo facilmente immaginare chi, come e in che circostanze deciderà di sospendere i diritti sanciti dalla CEDU.

Insomma, siamo davanti ad un pasticcio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: la CEDU elenca diritti fondamentali e, subito dopo, li espone all’arbitrio e alla discrezione della classe dominante.

Siamo, cioè, ad una sorta di tirannia mascherata, di balletto nominalistico sulla pelle della gente, che – oggi come mille anni fa – è esposta al capriccio e al volere dei potenti, eternamente intoccabili e impunibili. Un antico proverbio napoletano diceva: comandare è meglio che fottere.

Sì, è vero, anche perché chi comanda fotte chi vuole, come vuole, quando vuole.

Paolo Cortesi

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