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SME e privatizzazioni fantasma, le amnesie naufragano sul Britannia di Mauro Bottarelli

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Si chiude così la breve intervista fatta lunedì dal corrispondente da New York, Maurizio Molinari, a Giuliano Amato per La Stampa riguardo le accuse lanciate dallattuale premier riguardo la vicenda Sme. Ma cosa ci va a fare Amato alla sede del CFR, pensatoio geopolitico che fissa gli obiettivi della politica estera americana nonché principale consorteria internazionale dellalta finanza, legato al Bilderberg Group e alla Commissione Trilaterale? Semplice, è il responsabile per la situazione italiana allinterno di una task-force sullEuropa co-presieduta da Henry Kissinger e dal rettore di Harvard, Lawrence Summers. Buono a sapersi, visto che Amato è anche vice-presidente della Convenzione Europea, organismo chiamato a scrivere la futura Costituzione UE e presieduto dal massone Valerie Giscard DEstaing, emulo di quel Monnet che affossò il sogno di De Gaulle e consegnò il futuro dellEuropa nelle mani degli Stati Uniti. Detto questo, il fatto che Amato non abbia niente da dire o non ricordi (altra versione venduta ai giudici in passato) nulla della vicenda Sme e della successiva svendita del comparto alimentare italiano alle multinazionali straniere lascia stupiti, soprattutto alla luce delle sue attuali frequentazioni e delle amicizie consolidate nel tempo. Torniamo un attimo indietro e proviamo a rileggere la storia.

L’ACCORDO SME E IL PATTO PRODI-DE BENEDETTI

Il processo sulla fallita cessione della Sme negli anni ‘80 che si celebra a Milano è per molti versi surreale. Sul banco degli imputati cè il presidente del Consiglio in carica. Tra i testimoni vi sono il suo predecessore (ora vicepresidente della Costituente europea) e il premier del 96 (ora al vertice dellEuropa). Tre premier per un unico dibattimento che rischia di passare agli annali come la caricatura più efficace della rivoluzione giudiziaria italiana, la fotografia più chiara di che cosa sia stata la stagione di Tangentopoli. Per capirlo basta esaminare i fatti. Dietro la sigla processo Sme cè la storia della mancata vendita della holding alimentare dello Stato, la Sme appunto, alla Buitoni, ai tempi di Carlo De Benedetti. Romano Prodi, allora presidente dellIri, firmò un accordo di vendita con De Benedetti per 393 miliardi. Il premier Bettino Craxi si oppose perché giudicava il prezzo irrisorio. Negli stessi giorni unaltra cordata avanzò una proposta economica più vantaggiosa. Della cordata facevano parte imprenditori del settore come Barilla, Ferrero e la Fininvest dellamico di Craxi, Berlusconi.

Il ministro delle Partecipazioni Statali ordinò di valutare le nuove offerte. De Benedetti cercò di far valere in giudizio il suo preaccordo. Prodi e Amato, sia nel 1985 sia oggi (al di là delle loro amnesie largamente tollerate dal presidente del processo), ammisero che senza autorizzazione governativa il precontratto non poteva essere valido. Il giudice Filippo Verde sentenziò linefficacia dellaccordo. Gli altri gradi di giudizio confermarono.

Fine? Neanche per sogno. I pm milanesi sostengono che la sentenza fu comprata da Berlusconi. Non si spiega, però, che vantaggi ottenne la Fininvest. Chi ne beneficiò fu lo Stato che dalla vendita della Sme (ad altri, nel 93) incassò duemila miliardi in più. Il reato imputato al Cav. appare del tutto cervellotico. Veniamo ai fatti. Il 19 luglio 1986, una sentenza della prima sezione del tribunale civile di Roma apre il caso. Il contratto per la cessione della Sme, la finanziaria alimentare nelle mani dello Stato, alla Buitoni di Carlo De Benedetti è sostanzialmente nullo. La privatizzazione di uno dei bocconi più appetibili della presenza pubblica nelleconomia italiana prende unaltra direzione. Quindici mesi prima, il 29 aprile del 1985, lallora presidente dellIri (poi presidente del Consiglio e attuale presidente della Commissione europea) Romano Prodi e il presidente della Buitoni avevano trovato un accordo: Buitoni acquistava la partecipazione dellIri nella Sme per 497 miliardi di lire (256 milioni di euro di allora). È un passaggio chiave che conclude unoperazione iniziata da De Benedetti un anno prima.

Con un audace colpo di scena, lingegnere dellOlivetti ha bruciato sul tempo i francesi di BSN Gervais Danone, sicuri si avere laffare in tasca grazie allappoggio di Mediobanca, e si è assicurato la Buitoni. Un gruppo la cui situazione finanziaria non è fiorente ma che già a fine 85 metterà a bilancio un attivo di 448 milioni di lire rispetto ai forti passivi del biennio precedente e che conta su un fatturato consolidato di 1176,6 miliardi di lire. Il disegno di De Benedetti è semplice quanto ambizioso: creare un polo alimentare italiano privato, di dimensioni tali da poter rivaleggiare con i grandi concorrenti stranieri, cedendo eventualmente alcuni brand con un abile spezzatino azionario. Buitoni punta la Sme per questo: con 3mila miliardi di lire di fatturato e 18mila dipendenti, Sme controlla marchi di prestigio come Cirio, Motta Alemagna, Bertolli, Charms, Sanagola. Offre accesso al settore alimentare ma anche della distribuzione (GS supermercati) e della ristorazione (Autogrill).

IL NO DI CRAXI E L’ALTALENA DI SENTENZE

Un progetto che non può non ricevere avvallo politico per andare in porto vista la portata in termini strategici e di quote di mercato. Laccordo Prodi – De Benedetti, tuttavia, contiene una clausola – trappola per lIngegnere: lesecuzione del contratto dipende dallok del Cda dellIRI, che arriva il 7 maggio 86 salvo lautorizzazione dellautorità di governo. Ma il 24 maggio arriva allIri unaltra proposta di acquisto della Sme: la presenta lavvocato Italo Scalera, che non rivela il committente, e la cifra offerta è maggiore, 550 miliardi. Appena 3 giorni dopo, il 27, il Comitato Interministeriale per il coordinamento della Politica Industriale delibera a favore della privatizzazione della Sme e detta le condizioni per la sua cessione: garanzia della non alienazione a gruppi stranieri della partecipazione per un congruo numero di anni, rispetto dei programmi di investimento e dei livelli occupazione definiti dal governo. Inizia una settimana cruciale per lavvenire della Sme, che in Borsa viene sospesa a più riprese dalla Consob: dal 29 maggio al 6 giugno lIri riceve 3 nuove offerte per la Sme. La prima è della Iar: una società costituita da Barilla, Ferrero, Berlusconi e Conservitalia. La seconda è della Cofima, società di imprenditori campani guidata dal napoletano Fimiani. La terza è della Lega delle Cooperative. Scalera esce di scena.

Il 6 giugno, il ministero delle Partecipazioni statali chiede allIri di approfondire tutte le offerte ricevute e di comunicare il suo orientamento entro il 13 giugno. Il 13, il Cda Iri si riunisce e scrive al ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida, sollecitandolo: la mancanza di espresse determinazioni del ministero non rendeva di per sé applicabile il principio del silenzio-assenso, il governo doveva pronunciarsi con direttive precise.

La pioggia di offerte per la Sme ci mise in crisi – racconterà 15 anni dopo lo stesso Darida -. Questa storia, infatti, nasce da un errore di Prodi sul quale si cumulò un errore mio come ministro sorvegliante: dovevo subito dirgli di no. Invece allinizio pensammo, sbagliando, di poter vendere una finanziaria come la Sme a trattativa privata. Fu davvero un errore? Una colpevole manchevolezza di sottostima? Se così fosse la fama di manager di Prodi ne uscirebbe a pezzi (e non si capirebbe il successo comunque ottenuto in futuro). Ma la questione è ormai politica: da una parte la sinistra DC di De Mita (accusata da Berlusconi di essere ricettrice di tangenti per il caso), che vuole cedere la Sme alla Buitoni, dallaltra il Psi del presidente del Consiglio Bettino Craxi e di Giuliano Amato, che preferiscono vendere alla cordata Berlusconi-Ferrero-Barilla vista lenorme differenza a favore dello Stato dellofferta da loro avanzata. «Amato mi rappresentò che Craxi era irritatissimo – racconterà ancora Darida -. Ma Amato è persona gentile e non usò mai toni intimidatori, che comunque io non avrei accettato. In realtà, mi disse anche che Craxi proponeva una commissione parlamentare di indagine sulla Sme: e questo non è quanto di più piacevole nei rapporti tra un ministro e il suo presidente del Consiglio. Infine Craxi mi scrisse che, se si fosse creato un conflitto istituzionale tra lui e me, il ministro avrebbe dovuto dimettersi».

LA MOSSA DI DARIDA E LA FINE DI DE BENEDETTI

A Darida non resta che agire: il 15 giugno il ministro delle Partecipazioni statali firma un decreto che cambia la procedura di silenzio-assenso in materia di autorizzazioni per la cessione di partecipazioni da parte degli enti di gestione. Ovvero, per vendere la Sme ci vuole un esame comparato delle offerte presentate. Il trucco è svelato. Il 20 giugno 1985 la Buitoni contrattacca, visto che laffare sta sfumando. De Benedetti chiede al tribunale di Roma il sequestro cautelativo delle azioni Sme in mano allIri. Il 24 giugno 1985 si consuma un altro affondo di Buitoni, che chiede al Tar del Lazio di sospendere lefficacia del decreto Darida. Il 25 giugno 1985 il tribunale di Roma respinge la richiesta di sequestro delle azioni Sme. Il 10 luglio 1985 anche il Tar dà torto a De Benedetti, respingendo la richiesta di sospensiva del decreto Darida. I legali dellIngegnere decidono allora per lattacco frontale, e il 19 luglio 1985 citano lIri davanti al tribunale di Roma: chiedono che sia dichiarato valido il contratto firmato da Prodi e De Benedetti per lacquisto della Sme. L11 dicembre 1985 il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, e il presidente dellIri, Romano Prodi, affermano in un comunicato congiunto che il documento firmato con Buitoni era unintesa preliminare, non un contratto vero e proprio vincolante per le parti. Manca, infatti, lautorizzazione del ministro. 13 marzo 1986, sentenza della Corte di Cassazione: sulla vicenda Sme è competente il tribunale civile e si deve convenire nellassunto della Buitoni che non esisteva e non esiste disposizione di legge che preveda il potere di autorizzazione nei confronti dellIri (fatta eccezione per le partecipazioni ex Egam). Un punto a favore di De Benedetti, dunque, anche se la palla passa al tribunale di Roma, che dovrà dire se allesigenza di autorizzazione ministeriale ai fini dellesecuzione del contratto si debba riconoscere natura di condizione pattizia. Ovvero, se il via libera del governo alla cessione della Sme sia indispensabile. Il 19 luglio 1986 la prima sezione del tribunale civile di Roma dà ragione allIri: non si può attribuire allintesa del 29 aprile 1985 valore di proposta contrattuale, posto che essa non costituiva (…) per nessuno dei firmatari manifestazione di impegno negoziale e lo stesso ingegner De Benedetti dichiara in detto documento una semplice disponibilità a procedere al rilievo delle azioni Sme. Di più, il fatto che non vi sia stato un definitivo incontro di volontà fra Iri e Buitoni non sembra quindi imputabile allIri. Prodi, daltra parte, raggiunto laccordo con De Benedetti, si era impegnato a sottoporre con il proprio parere favorevole allapprovazione del Cda loperazione, subordinando comunque la conclusione del contratto alla preventiva autorizzazione dellautorità governativa. De Benedetti, naturalmente, ricorre in Appello, ma nel marzo 1987 anche la sentenza di secondo grado gli dà torto: presupposto del contratto definitivo per la cessione della Sme è lautorizzazione del governo. Secondo i giudici del tribunale di Roma, infatti, lIri, come tutti gli altri enti di gestione, è destinatario degli indirizzi programmatici vincolanti espressi dallautorità di governo attraverso Cipe e Cipi.

LA STORIA INFINITA CON PROTAGONISTI A ROTAZIONE

Per vendere la Sme, ci vuole quindi lok dellesecutivo. Storia finita? No, una vicenda paradossale che continua tuttoggi: con qualche protagonista in meno davanti ai giudici e qualche estraneo in più alla gogna. A tuttoggi, Romano Prodi continua a ritenere che la mancata vendita della Sme a De Benedetti fu un errore «perché ritardò di dieci anni lavvio delle privatizzazioni a tutto beneficio dei compratori privati». Una faccia tosta da gara olimpica, non cè che dire. Bene, vediamole queste privatizzazioni, figlie legittime del sistema politico-economico rivendicato con orgoglio da Prodi e dai suoi accoliti. Esattamente 10 anni fa si diede infatti il via alla svendita delle grandi aziende pubbliche ai gruppi stranieri, si tennero incontri tra i Boiardi di Stato e i magnati dellalta finanza a bordo di un panfilo di Sua Maestà Britannica. Riguardo quellannus horribilis della sovranità nazionale ed economica italiana, i giornalisti Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono hanno scritto un libro, Lanno dei complotti appunto, pubblicato da Baldini & Castoldi. Accaddero tante cose, in quei 365 giorni in fondo così anonimi, e paradossalmente la riunione sul Britannia rappresentò nulla più che una ciliegina sulla torta. Ne parleremo, ma ora è interessante fare un breve excursus per conoscere i presupposti che resero possibile e determinante quella riunione del 2 giugno 1992 sul panfilo di Sua Maestà la regina Elisabetta dInghilterra. Nel 1992 accaddero alcuni fatti: la crisi della Prima Repubblica e il successivo ciclone Tangentopoli (Kohl lo pagò in ritardo, esattamente dopo il niet alloperazione in Kosovo nel 1999), le privatizzazioni, lattacco alla lira da parte del pescecane dellalta finanza – ora riciclatosi come icona no-global – George Soros.

L’ATTACCO ALLA LIRA DEGLI “AMICI AMERICANI”

Nel settembre 92, soprattutto, lagenzia di rating Moodys, la stessa che ha declassato la Fiat poche settimane fa, si accanì particolarmente contro lItalia: un suo declassamento dei Bot italiani diede infatti il via a una spaventosa speculazione sulla nostra moneta che ci portò fuori dallo Sme (sistema monetario europeo). Ecco cosa disse Bettino Craxi, al riguardo: «Esiste un intreccio di forze e circostanze diverse». Parlò di «quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici», di «potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme», di «avversari dellUnione Europea». Craxi lo disse allora, ma oggi non può ripeterlo: non cè più. Ci sono in compenso altri personaggi che entrano e che escono come caselle perfettamente inserite di un domino. Cè ad esempio Reginald Bartholomew, figlio naturale del caso del 1993 che nel mese di giugno diventerà ambasciatore americano a Roma. Un anno dopo, siamo nel giugno 1994, con la scorpacciata del Britannia bella e consumata, ecco cosa dirà Bartholomew: «Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri». Et voilà, il caso Italia è chiuso. Bartholomew era amico di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: questultimo si recò spesso negli Usa in nome della lotta alla mafia. Strano caso, come tutto è strano ciò che nacque e accadde nel 1993, cinque anni dopo Bartholmew diventerà presidente di Merryl Linch Italia. Erano tempi strani, quelli: tempi durante i quali qualche scriteriato ebbe lardire di denunciare attraverso un esposto che chiedeva alle autorità giudiziarie di stabilire se le attività di Soros costituissero una violazione dell'articolo 501 del codice penale, secondo il quale è prevista una pena carceraria fino a quattro anni per chi provoca la svalutazione della moneta nazionale e dei titoli di stato con mezzi illeciti (il finanziere americano in poche settimane guadagnò 450 miliardi partecipando allattacco speculativo contro la nostra moneta, travolgendo limprudente difesa della Banca dItalia che in quelloccasione buttò letteralmente dalla finestra qualcosa come14mila miliardi di lire). Queste azioni riflettevano il tentativo di retroguardia di alcune forze politiche ed economiche che stavano cercando di fermare, o almeno rallentare il processo di disintegrazione delle istituzioni dello Stato.

L’AMERICA SI INDIGNA, MENTRE DINI E FAZIO?

Esse si agganciavano anche a quelle forze e interessi americani, soprattutto intorno al presidente Clinton, che stavano cercando di arginare le folli politiche di tagli proposte da Gingrich, che era nel contempo uno dei più accesi sostenitori della libera speculazione della finanza derivata. Infatti, le attività di George Soros erano oggetto di indagini da parte di organi ufficiali americani, soprattutto a partire dal giugno 1993 quando lallora presidente della commissione bancaria del Congresso, il democratico Henry Gonzalez, sollevò la questione della grande speculazione e di Soros in una storica seduta. La crisi in Italia aveva già raggiunto lorlo dellabisso e minacciava di gettare la nazione in un caos totale aprendo le porte a una cannibalizzazione delleconomia italiana da parte delle forze finanziarie ispirate dalla City di Londra. In questo contesto è interessante notare il fatto che il 26 gennaio il primo ministro uscente Lamberto Dini presentò al Parlamento il rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, in cui si diceva che i servizi segreti italiani erano stati chiamati a svolgere delle indagini sulle continue operazioni di destabilizzazione economica e finanziaria dellItalia. Nel documento si leggeva che «i mercati valutari e le Borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta originate, specie in passaggi delicati della vita politico-instituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardante la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo». Lazione dei servizi è quindi stata indirizzata «alla verifica di eventuali strategie di aggressione sistematica alla nostra sicurezza economica, in un momento in cui è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente». Il rapporto presentato da Dini, ma certamente da lui non preparato, evitava accuratamente di identificare il noto caso di George Soros. Il giorno dopo, 27 di gennaio, parlando a Roma in occasione del cinquantesimo anniversario dellUfficio italiano Cambi (Uic), il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, denunciava che i mercati finanziari erano troppo forti e le banche centrali non erano più in grado di resistere alle operazione speculative sui mercati dei cambi. «Oggi – diceva Fazio – se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie, ndr) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco». Per lItalia, il cambiamento del clima cera stato nel 1990 e il vento aveva cominciato a soffiare nel 1992: nellarco di quei dodici mesi lUic aveva utilizzato tutte le sue riserve di 8 miliardi di marchi tedeschi per cercare inutilmente di smorzare la furia dei venti speculativi. Sul mercato italiano dei cambi si registrava unesplosione delle transazioni internazionali che toccavano i 50mila miliardi giornalieri. Fazio concludeva ammettendo che le banche centrali del mondo non possono far altro che assecondare i venti finanziari e monetari. La campagna elettorale ebbe inizio. Il governo Dini e il tentativo di Antonio Maccanico, due civil servant della grande finanza internazionale, sono colati a picco su due scogli: il primo si chiama Maastricht, e la sua sostanza è la logica infernale di tagli al bilancio che, contrariamente alle paranoie monetariste, non pareggiano i bilanci ma fanno detonare le mine sotto i resti dell'economia reale; il secondo è costituito da una resistenza, seppur tardiva e disorganizzata, alla speculazione e alle privatizzazioni selvagge complottate sul Britannia. Il quadro è completo, nitido, cristallino. Successe di tutto in quellanno, capace di trasformare in maniera indolore (fu un tracollo, un disastro senza precedenti ma non si videro carrarmati nelle strade né deportazioni) lItalia in una sorta di repubblica centrafricana. Punta di diamante dellintera operazione di svendita fu, quindi, il caso Britannia, riunione che si mostrò perfettamente congruente a quello che accade prima e dopo.


MUOIA CRAXI MA NON TUTTI I FILISTEI

Guarda caso, a differenza di Craxi, importanti protagonisti di quella operazione sono ancora in auge al giorno doggi. Lallora presidente del Consiglio Giuliano Amato, sì proprio luomo che non ricorda e non sa nulla. O lallora ministro del Tesoro, già governatore di Bankitalia e futuro presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. O ancora il presidente dellIri, futuro presidente del Consiglio e presidente della commissione Ue, Romano Prodi. Stando a quanto dichiarato dal giornalista Fabio Andriola, «in quel periodo vi fu una specie di colpo di Stato interno alla massoneria italiana, con il Gran Maestro Di Bernardo preoccupato per loffensiva scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente dItalia capitanati da Armando Corona. La magistratura si spaccò in due tronconi ben distinti ideologicamente. Ricominciarono ad esplodere bombe che soltanto anime belle possono credere piazzate per eliminare Maurizio Costanzo e consorte. Esplode con tutta la sua virulenza Tangentopoli; e, dulcis in fundo, finisce in prima pagina quel singolare scandalo, con connotati pecorecci, che ebbe come protagonista Lady Golpe, al secolo Donatella Di Rosa, che però andò a mettere nei guai, guarda caso, il comandante di uno dei pochissimi reparti operativi dellesercito, il generale Monticone». Accuse precise, come preciso fu per lennesima volta il comportamento del direttore generale del Tesoro, Mario Draghi. Il quale, infatti, scese dal Britannia per evitare di partecipare a quella che sembrava diventare una svendita delle grandi aziende pubbliche italiane alle multinazionali americane e britanniche. Sì, in seguito fu lo stesso Draghi ad ammettere il suo imbarazzo. Guarda caso dopo la merenda sul Britannia le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi serratissimi.

LA SVENDITA DEI BENI E DELLA DIGNITÀ NAZIONALE

Parlando soltanto del settore agroalimentare, ad esempio, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, furono numerose le ditte che vennero acquistate dagli stranieri: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e tante altre. Il meeting venne organizzato da un ben preciso gruppo di potere londinesi: sul Britannia si trasferì infatti in quelloccasione un pezzo della City di Londra. Nulla di strano né di pittoresco, quindi: tanto più che storicamente la Gran Bretagna ha sempre cercato di ostacolare il rafforzamento di qualsiasi Paese europeo. Allepoca i governanti italiani, specie quelli di sinistra, hanno cercato di accreditarsi nel mondo che conta recandosi in pellegrinaggio alla City di Londra come a Wall Street. Assicurando ovviamente la loro disponibilità per non disturbare troppo il manovratore. Il terminale dei politici italiani che dovevano garantirsi sul fronte internazionale è stato, fino a pochissimo tempo fa, proprio la City di Londra: DAlema docet, Rutelli pure. In effetti, i britannici dOltremanica e quelli svezzati dOltreoceano non potevano che essere soddisfatti del comportamento tenuto dai loro amici italiani: loperazione Britannia, infatti, garantì ai soli anglo-americani di accaparrarsi quasi il 50% (precisamente il 48%: 34 agli americani e 14 ai britannici) delle aziende italiane finite in mano straniera. Questo è stato il 1993, anno in cui lItalia e la sua classe politica persero lultimo brandello di dignità oltre che un tesoro industriale ed economico. Ma Amato non sa o non ricorda: lui «affretta il passo, abbassa la testa e si chiude alle spalle la porta a vetri dellelegante sede del Council on Foreign Relations sulla 68° strada?». Buona scelta e, soprattutto, ottima compagnia.

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