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Il potere curativo del solstizio

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Tutti contenti, i capi-bastone europoidi, per il «bel colpo» che hanno messo a segno al vertice di Lisbona del 19 ottobre: hanno fatto ingollare ai cittadini la «costituzione europea».
Quella che francesi e olandesi avevano bocciato per referendum.
È bastato chiamarla «trattato» o mini-trattato.
Bel colpo.
E stavolta niente referendum.
Il mostriciattolo sarà approvato per voto parlamentare, ha assicurato per esempio Sarko bin Mossad.
Credete che l’opposizione, in Francia rappresentata dai parlamentari socialisti, si prepari a dar battaglia?
Due esponenti socialisti si sono già affrettati a scrivere a Le Monde: il trattato è pieno di buchi e di esenzioni.
Consente alla Gran Bretagna e alla Polonia di non applicarla.
Non si capisce: «l’espressione ’trattato semplificato’ è una contraddizione in termini», ironizzano.
Inoltre, la mini-costituzione non modifica l’assoluta, rovinosa «autonomia» della Banca Centrale, lasciandola libera di difendere la «stabilità dei prezzi» (sappiamo come) a spese dell’occupazione e della crescita.
Insomma uno schfo.
Conclusione?
«Sì, nonostante tutto, al mini-trattato europeo» (1).
Gliel’ha ordinato il medico, ai socialisti francesi.
Sicuramente il dottor Katz: dopotutto, il giornale della gauche plurielle francese, «Libèration»,  glielo paga il barone Rotschild.
Ma non basta.
Un altro bellissimo golpe (pardon, «colpo») è stato preparato a Lisbona.

L’idea che avanza è: elevare Tony Blair, oggi sottoccupato in Medio Oriente, alla carica suprema di «Presidente d’Europa».
Una carica che non esiste, ma che sicuramente esisterà dal gennaio 2009, quando Blair diverrà presidente per 30 mesi, prolungabili a cinque anni, e poi magari a vita per acclamazione.
E’ stato deciso persino l’emolumento: 300 mila euro l’anno.
Non bastava il servilismo verso Bush degli scodinzolanti Barroso e Solana, il riposizionamento della Francia di Sarkozy a fianco dello stato del Katz  (voleva contro l’Iran una dichiarazione europea più dura di quella americana), l’atlanticismo  devoto di tutti gli eurocrati, la dipendenza della Banca Centrale dalla Federal Reserve.
Bisognava riconfermare e bloccare per sempre il filo-americanismo della UE: e chi meglio di Blair presidente?
Il sito belga dedefensa (2) si consola notando che la presidenza suprema si scontrerà inevitabilmente con la presidenza a rotazione, quella che un capo di stato o di Governo europoide  assume per sei mesi, e che incredibilmente sopravviverà alla nuova carica.
Gli scontri e i conflitti di competenze fra le due «cariche» saranno quotidiani, con ciascuna delle «istituzioni» sfinita ad affermare puntigliosamente le sue prerogative contro l’altra.
Blair avrà «un titolo a sua misura, reboante e pomposo, con poteri ridicolmente ridotti e  parecchio ambigui, sotto la sorveglianza occhiuta di una folla di ’amici’ e di ’colleghi’ – presidente della Commissione, alto rappresentante, capi di stato e di governo….».
Ciò produrrà un’auspicabile paralisi: l’Europa non potrà nemmeno essere filo-israeliana quanto vorrebbe, non potrà essere nulla.
Com’è già oggi, anzi peggio.
Magra consolazione.
E ovviamente, non è qui la questione.
Il punto è che – come il mini-trattato – anche la presidenza Blair è saltata fuori da occulti cappelli, in discorsi sussurrati nei salotti, fuori dall’occhio dell’opinione pubblica.
La UE si dà istituzioni nuove e inaudite in un clima di illegittimità inaudita: senza dibattito aperto, senza che vi appaia un’opposizione; istituzioni per di più nate bell’e fatte dal cappello del prestigiatore.
Con tanto di foto-tessera del personaggio che le ricoprirà, in questo caso Blair.
Chi ha deciso?
Chi ha votato?
Chi vuole  euro-presidente a vita Blair of Iraq?

Un inizio di risposta viene da un’inchiesta del giornale CorpWatch, fatta in occasione di una rarissima audizione negli uffici di Bruxelles, sul tema delle lobbies che influiscono sui detti uffici, e sul come regolarle (3).
Si scopre che il numero dei lobbisti a Bruxelles, che stanno alle costole delle «istituzioni»  per suggerir loro come spendere le decine di miliardi di euro dei contribuenti che sono in grado di manovrare, è salito a 15 mila.
Nel complesso, le lobbies spendono per influenzare i non-eletti eurocrati, qualcosa come 750 milioni di euro l’anno: 1500 miliardi di vecchie lire.
Una grossa cifra, ma i poteri che assoldano i lobbisti la ritengono evidentemente bene spesa.
Nelle corruzioni dei responsabili e degli irresponsabili dotati di potere dalla cosca massonica che occupa l’Europa.
«Sarebbe arrogante, anzi segno di ignoranza, proclamare che i politici europei non sono corrompibili», ha scritto al Wall Street Journal il commissario europeo Slim Kallas, un estone.
Così, si è deciso di fare qualcosa.
La Commissione Europea – il corpo esecutivo,  il «governo», mai eletto da nessuno, ma cooptato rigorosamente tra «fratelli del compasso» – ha deciso: terrà un registro dei lobbisti che avvicinano la Commissione stessa.
Un registro volontario, beninteso: la lobby che non vuole iscriversi, non si iscrive, e nulla accade.
Ma nessun registro è previsto per il Consiglio d’Europa (che riunisce secondo il bisogno i 27  ministri competenti del tema in discussione: sulle politiche agricole, i ministri dell’agricoltura).
Nessun registro, né obbligatorio né volontario, per il Parlamento Europeo; anche se questo è il re travicello, essendo stato eletto dai popoli bene o male, e dunque limitato a poteri consultivi.
Soprattutto, nessuna registrazione per i lobbisti che «avvicinano» (come si dice nel gergo mafioso) gli oltre mille enti «istituzionali», «tecnici» o «di consulenza» che formano di fatto, dietro quinte assolutamente impenetrabili, le politiche europoidi.
«Nessuno sa chi veramente fa’ lobby e per conto di chi», lamenta una europarlamentare britannica, Caroline Lucas: «Ci circonda un’armata di lobbies imprenditoriali, che sono segrete, e che hanno un accesso alla Commissione che noi parlamentari, francamente, ci possiamo sognare. Un registro dei lobbisti è assolutamente necessario».
Vorrebbe un registro obbligatorio, la poveretta.
Ha contro tutti.

Fra cui Alexander Stubb, parlamentare finnico, che è poi il capo della commissione che dovrebbe regolamentare le lobbies almeno per l’accesso al parlamento.
Secondo Stubb, non c’è bisogno di alcuna regolamentazione.
«Nei miei tre anni di carica ho ricevuto almeno 500 diversi lobbisti, e mai una volta ho constatato abusi», dice.
Potete credergli sulla parola: Stubb riceve almeno un lobbista ogni giorno lavorativo, e ne ha ricevuto solo gentilezze. E regalini. E cenette al ristorante.
A Washington, la capitale mondiale delle lobbies, i 35 mila lobbisti (che spendono 2,6 miliardi di dollari annui) sono almeno obbligati a registrarsi.
A dichiarare ogni volta quale funzionario o politico vanno a visitare, e per conto di quale cliente.
A denunciare il loro reddito, e chi paga i suoi servizi.
In 24 stati americani, una commissione etica, composta da giudici a riposo, controlla  questa attività.
Gli USA sono arrivati al punto (la legge è di settembre scorso) da restringere il campo degli omaggi che i lobbisti fanno ai politici o ai funzionari.
Vietate espressamente le cene «sedute».
Il breakfast offerto deve essere fatto solo di caffè e brioches americane (doughnuts), e i pranzi, al massimo, di panini fatti portare in ufficio (e chissà poi chi controllerà).
Nonostante queste misure draconiane, i casi di corruzione lobbistica in USA sono all’ordine del giorno.
Solo nell’ultimo anno 22 membri del Congresso o i loro impiegati sono stati messi sotto inchiesta  per aver accetatto «agevolatori d’influenza».
Il caso più  enorme e noto è stato quello di Jack Abramoff (della grande famiglia Katz, come si vede, e munifico filo-Bush, a cui aveva «accesso»), che ha patteggiato poco meno di sei anni di galera e 21 milioni di dollari da restituire, nel 2006,  per gravissimi casi di corruzione per conto di clienti che gli hanno pagato anche 7 milioni di dollari in sei anni per far avanzare le loro cause ungendo le ruote.
Anche membri della Casa Bianca sono stati incriminati.

In Europa, nessuno scandalo, mai.
Tutti incorruttibili.
Tutti non-registrati.
Tanto che è comune che altissimi funzionari europei o ex euro-parlamentari passino a «lavorare» come lobbisti, per paghe ancora più alte di quelle che ricevevano da Bruxelles.
Jean-Paul Mingasson, direttore generale della UE per le Imprese, è diventato consigliere generale della UNICE, la federazione delle Confindustrie europee.
Jim Currie ha lasciato la poltrona dei direttore della autorità europea per l’Ambiente, per diventare il lobbista-capo per la British Nuclear Fuel Ltd. Rolf Linkohr, parlamentare europeo per 25 anni come membro influente della commissione sui problemi energetici, è passato a lavorare per il Center for European Energy Strategy (CERES): entità che finge di essere un think-tank, ma che è  la lobby delle maggiori imprese energetiche europee.
Questo Linkhor, ormai diventato lobbista, è poi stato di nuovo cooptato da Commissario all’Energia, Andris Piebalgs, come consigliere speciale: Piebalgs ha praticamente assunto la lobby che dovrebbe controllare.
Tante telefonate in meno.
Basta aprire la porta del lussuoso ufficio: «Cosa mi consigli di fare, Linkohr?Cosa desiderano i tuoi padroni?»
Qui però è andata male: su segnalazione di Kallas, il commissario Piebalgs ha dovuto scrivere una lettere ai suoi 55 consiglieri speciali assunti da lui per chiedere loro di segnalare, in coscienza, se avevano «conflitti di interesse».
A quanto pare, Linkohr soltanto non ha risposto, ed è stato dimissionato.
Ma i nomi degli altri 54 sono segreti.
Non sappiamo nulla delle loro coscienze.
Sappiamo che le hanno autodichiarate pulitissime, e deve bastarci.
È accaduto anche il contrario, che le lobbies arruolino direttamente i parlamentari.
Così ha fatto la Cancer United, un gruppo che proclamava di essere una «formazione di medici e infermiere che fanno pressione per un accesso uguale per tutti alle cure del cancro nella UE».
E ha invitato diversi parlamentari europei ad entrare nel suo consiglio d’amministrazione.
Poi il Guardian ha scoperto che il Cancer United era stato creato di sana pianta dal gigante farmaceutico Roche per promuovere i suoi propri farmaci (presunti) anti-cancro.
Solo a quel punto gli euro-parlamentari coinvolti si sono dimessi in gran fretta.

Niente più regalini, viaggietti con la signora o l’amante, niente più cenette con lobbiste di coscia lunghissima o infermiere in minigonna vogliose di un accesso egualitario alle cure tumorali.
Il bello è che l’Unione europea poi tiene lezioni di democrazia a Putin.


Note
1) Pierre Moscovici e Bernard Poignant, «Oui malgé tout au mini traité européen», Le Monde, 23 ottobre 2007.
2) «Vont-ils sacrer Blair empereur d’Europe?», Dedefensa, 22 ottobre 2007.
3) Pratap Chatterjee, «Sunshine laws to track european lobbyists», CorpWatch, 11 ottobre 2007.

(Tratto da effedieffe.com )

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