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Varato il controllo bancario sugli italiani nel silenzio generale di tutti di Claudio Bianchini

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Non è rilevante se economicamente sei grande o piccolo, se hai
dipendenti o se lavori da solo, se incassi 10.000 o 1.000.000 di euro
all’anno, se l’unica azienda per cui lavori ti ha obbligato ad aprire
la partita IVA invece di assumerti come lavoratore dipendente (quale di
fatto sei), o se fai il ciabattino. Conta solo se hai la partita IVA.
E
se ce l’hai, devi obbligatoriamente aprire il tuo bel conto corrente
presso una banca e utilizzarlo per l’incasso dei soldi che guadagni con
il tuo lavoro e per il pagamento delle imposte e dei tuoi contributi
sociali.
Ma questo non basta.
Sei anche obbligato a comprare un
computer e ad organizzarti per effettuare tutti i pagamenti di tasse e
contributi on line, vale a dire usando esclusivamente il tuo computer
per effettuare i pagamenti delle imposte, tasse e dei contributi da
versare periodicamente.
Lo chiamano F24 ON LINE ed è previsto dall’articolo 37 comma 49 del D.L. 223/06 .
Ed è con tale strumento che, con un decreto di urgenza, approvato in tutta fretta in via definitiva il 4 agosto 2006, il «nostro» governo ritiene di avere risolto il problema dell’evasione fiscale e del riciclaggio di denaro.
La
norma colpisce prevalentemente le micro attività economiche (imprese e
lavoratori autonomi) in quanto quelle più grosse con un minimo di
struttura il computer e il conto corrente ce l’hanno già.
E sì,
perchè per chi non lo avesse ancora capito, l’evasione fiscale in
Italia è data dai possessori di partita IVA che sino ad ora non avevano
ancora aperto un conto corrente bancario.

Immaginate un calzolaio: dal 1 ottobre 2006 dovrà
dotarsi di computer e, ammesso che ne abbia mai visto uno in
precedenza, dovrà assolvere le sue imposte utilizzando questo strumento
e, beninteso, pagando le commissioni alla banca per l’utilizzo del suo
denaro sul conto corrente bancario.
Oppure immaginate un gruppo di
studenti che per rimediare qualche soldo per le loro spese o per gli
studi aprano una partita IVA per riparare computer a domicilio.
Con
le attuali norme al primo anno di attività devono: pagare le imposte
per il primo anno; anticipare il 100% di tale ammontare come acconto
d’imposta per l’anno successivo (senza sapere se guadagneranno o meno);
aprirsi un conto corrente e usarlo come unico strumento per il
pagamento delle tasse (tasse che presumibilmente non sapranno
determinare e quindi dovranno rivolgersi ad un commercialista).
Cosa pensate che succeda in questi due casi?
Avremo
due nuove attività economiche regolari con partita IVA e tanto di
versamento di imposte e contributi allo Stato o avremo due casi in più
di attività sommersa?
Facile intuire la risposta.
E ancora: se
sono in rosso con la banca, questa, in assenza di un fido, non
effettuerà per mancanza di fondi il pagamento delle imposte.
Sarà quindi la banca che decide con i nostri soldi quali debiti dobbiamo pagare per primi?
È legittimo tutto ciò?
Io credo di no.
Eppure
nonostante questi quesiti scaturiscano dal puro buon senso, nessuna
norma tesa a disciplinare il comportamento delle banche è contenuta nel
Decreto in esame.
Viene quindi da pensare che i nostri Prodi, se
hanno un briciolo di sale in zucca (e per i loro affari hanno sempre
dimostrato di averne), facendo finta di affrontare il riciclaggio di
denaro e l’evasione fiscale nel nostro Paese, mirino in realtà a
qualcosa d’altro.

Ricordiamo a tal proposito che la normativa di cui si parla non è stata granchè pubblicizzata
.
Ha
avuto molto più risalto la parte dello stesso decreto relativa alla
competitività (decreto Bersani: vi ricordate? Abolizione delle licenze
ai taxi; libera vendita dei farmaci da banco nei supermercati; prime
pagine sullo scontro tra le diverse categorie sociali; dipendenti
contro i professionisti e i commercianti evasori fiscali; ecc., ecc.).
Della
rimanente parte della normativa se ne sono occupate solo le categorie
professionali maggiormente interessate (ragionieri, commercialisti,
ecc), perché questo aumentava gli adempimenti nello svolgimento della
propria attività.
Insomma, niente prime pagine su Il Corriere e su La Repubblica e nessuna chiassata in piazza.
A
cosa mira veramente questa parte del decreto molto meno reclamizzata,
che obbliga tutti a passare dalle banche, e che è stata approvata con
così tanta urgenza senza che ne sussistessero i motivi?
Va osservato
che l’obbligo di farci gestire i nostri soldi dalle banche introdotto
con il D.L. 223/06 non è affatto una azione isolata del nostro Paese.
Essa si accompagna, stranamente, a una normativa europea anch’essa recentemente approvata in Italia, nota come «normativa anti riciclaggio»,
che di fatto obbliga i professionisti (notai, avvocati, commercialisti,
ecc..) ad annotare tutti i movimenti finanziari dei clienti considerati
anomali e a segnalarli ad un apposito organo di controllo.
Inutile dire che il combinato disposto da queste norme renderà «anomali»
entro breve termine tutti i movimenti in contanti, salvo quelli di
entità irrilevante (si parla di 100 Euro a partire dal 2008).
Ecco
quindi l’effetto di queste norme (probabilmente quello vero):
scoraggiare l’utilizzo del denaro contante (facendone cadere la
domanda) e obbligare tutti ad operare all’interno dei circuiti bancari,
anche chi non ne avrebbe alcun bisogno.
Sarà quindi relativamente
semplice, fra qualche anno, completare l’operazione eliminando del
tutto il denaro contante e lasciando solo le carte elettroniche per le
transazioni finanziarie e monetarie.

Combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro
sono infatti puri e semplici pretesti per raggiungere questo obiettivo.
E infatti per le banche la normativa non contiene alcuna norma sostanziale.
Niente di niente.
Nessun
nuovo adempimento, nessun nuovo controllo da parte dei pubblici poteri,
nessuna proposta per ridurre le spese di gestione dei conti correnti,
nonostante l’obbligo di doverli utilizzare.
E soprattutto, nessuna
norma urgente sul monitoraggio delle operazioni internazionali (e
nazionali) tra le banche; nessun obbligo di tenere e fornire elenchi
per le operazioni di «clering» bancario.
Eppure è noto che il riciclaggio di denaro (da attività illecite e dagli evasori totali, quelli veri) passa da lì.
E no, qui nessun controllo; il sistema bancario non si tocca.
Chissà perchè!

Chissà se ciò ha a che fare con il fatto che molti dei nostri ministri
, ex presidenti della repubblica e presidenti del Consiglio arrivano dal mondo bancario (Bankitalia e Goldman Sachs in primis).
Per
tale motivo essi non possono ignorare (e infatti lo sanno benissimo)
che i meccanismi di riciclaggio del denaro passano tutti dalle banche,
e non certo dal nero che fa il ciabattino o il parrucchiere.
Questi
ad esagerare saranno responsabili di un 5 – 10 % dell’evasione fiscale,
ma sicuramente non c’entrano con il riciclaggio di denaro.
L’obbligo
di transitare nel canale bancario ha un senso solo se vi è un completo
controllo dello Stato sulle banche; dove è lo Stato, cioè i cittadini,
e non le banche private, a determinare quale è il tasso di interesse da
pagare.
Dove è lo Stato e non, come ora, banche private fuori da qualsiasi controllo, a controllare l’emissione della moneta.
Non
esiste democrazia o autodeterminazione dei popoli se una nazione non
controlla la propria moneta. Quanti Ezra Pound e Giacinto Auriti
dovranno ancora nascere prima che ciò si realizzi?

(Tratto da www.effedieffe.com)

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