Un estratto dell'articolo di Paolo Cortesi pubblicato sul n.4 di PuntoZero, che potete trovare in edicola o presso il nostro shop (clicca qui). Buona… lettura [Redazione]


Una breve storia della funzione repressiva del lavoro

É proprio di uno spirito ben nato
disprezzare il lavoro

Platone,  Repubblica


Nella vita cosiddetta normale delle società sedicenti civili esistono solo due condizioni in cui l'esistenza degli individui subisce rigidi condizionamenti che impediscono di disporne pienamente: situazioni in cui l'individuo deve trovarsi in luoghi che non ha voluto per periodi di tempo che non ha deciso in compagnia di persone che non ha scelto, deve obbedire a persone che non ha nominato suoi superiori, deve compiere azioni le cui modalità e fini non ha predisposto, deve rinunciare alle priorità di suo gradimento per dare la precedenza alle indicazioni altrui, deve giustificare con un certificato medico il fatto che è fisicamente meno efficiente: queste due situazioni, in cui l'individuo deve abdicare a gran parte della propria volontà, sono il carcere e il lavoro salariato.

Scopo di questo breve saggio è dimostrare come, nel corso del tempo, il lavoro (1) sia stato, prima ancora che attività produttiva, il più potente, capillare e continuo mezzo di dominazione e controllo delle classi predominanti su quelle subalterne.
Di più: al termine della mia rapida carrellata storica, spero di aver convinto il lettore che il lavoro è da sempre soprattutto mezzo di asservimento, controllo e repressione sociale e la funzione di produzione di beni e servizi è decisamente secondaria, diciamo un beneficio aggiunto per le classi dominanti.


Napoleone e la domenica

Cominciamo con uno che di oppressione se ne intendeva: Napoleone Bonaparte, che poi si farà chiamare Napoleone I imperatore dei Francesi e re di mezza Europa (dell'altra metà erano sovrani i suoi fratelli, come nella più classica cosca mafiosa). Napoleone oggi viene ricordato solo per la mano ficcata sotto il panciotto, all'altezza dello stomaco. In verità, fu un tiranno spietato, un nevrotico despota che voleva dominare il mondo e, per le sue lunghe campagne militari, fu la causa della morte di circa 15 milioni di esseri umani.
Questo mostruoso figuro incarnava la più smisurata ambizione di dominio: voleva decidere su tutto, non soltanto sulla grande politica, ma anche sulle minuzie della vita quotidiana dei suoi sudditi, così da dare l'impressione che fosse onnisciente, un dio. Lui voleva avere l'ultima parola anche in fatto di religione; così il suo ministro dei culti, Jean Etienne Marie Portalis, gli chiese cosa fare a proposito delle domeniche: molti vescovi volevano che la gente non lavorasse in quel giorno; altri ammettevano che si lavorasse: chi aveva ragione? Cosa decideva in merito l'Empereur?

Napoleone rispose il 5 marzo 1807, mentre si trovava a Osterode, nella Bassa Sassonia, a combattere contro inglesi, prussiani, russi e svedesi della quarta coalizione, ma gli piaceva tanto, fra un massacro e l'altro, decidere di legislazione ed economia. Dunque, Napoleone fece scrivere che i sacerdoti

«fanno appello all'autorità: deve essere in grado di risolvere la questione. Io sono l'autorità e io concedo, una volta per tutte, al mio popolo il permesso di non interrompere il loro lavoro. Più lavoreranno, meno viziosi saranno. (...) Se dovessi immischiarmi in queste faccende, sarei più propenso ad ordinare che dopo le messe della domenica i negozi debbano essere aperti ed i lavoratori debbano tornare alle loro occupazioni. Se si considerano le varie classi che compongono la società, si vede fino a che punto il riposo domenicale faccia più male che bene. Si vede in quante arti e professioni questa interruzione del lavoro abbia effetti sconvenienti».

Quando ho letto queste frasi (si trovano nel Tomo 14 della Correspondance de Napoleon I, pubblicata per ordine di Napoleone III a Parigi nel 1863) ho pensato – con disgusto, lo ammetto – alla ormai generale apertura domenicale dei negozi: possibile che la nostra libera evoluta società abbia realizzato il malsano desiderio del tiranno francese?
"Più lavoreranno, meno saranno viziosi", che significa meno mi daranno problemi, meno avranno tempo ed energia per domandarsi cosa sta accadendo, cosa sto decidendo per loro, cosa vale la loro vita di docili formiche operaie. Questa è la profonda funzione del lavoro: una anestesia continua che impedisce al lavoratore di appropriarsi di tutta la sua vita, della sua intera volontà, dunque della sua piena libertà.


I teorici della maledizione lavorativa

In fondo, Napoleone faceva il suo mestiere: il tiranno. La gente, per lui, era semplicemente materiale biologico da impiegare per realizzare e mantenere la sua brama di onnipotenza terrena. Ma c'è gente che, pare incredibile, ha colpe forse ancora maggiori del malefico ometto còrso, e sono i teorici della sottomissione del lavoratore.
Il loro curriculum sembra brillante: filosofi, medici, docenti, eppure questi sapienti i cui nomi appaiono nelle enciclopedie ritenevano buono e giusto ciò che il più umile operaio avrebbe considerato una bestialità crudele. Secondo questi galantuomini, far vivere male i lavoratori non è l'orrore, ma la regola necessaria per mantenere la rigida stratificazione della società, per assicurare la solidità della piramide gerarchica sociale. Insomma, i lavoratori devono vivere in una perenne sofferenza al fine di garantire l'agiatezza di borghesi e aristocratici. Non solo: essi devono essere consapevoli di ciò e accettarlo con entusiasmo.

Il medico Louis René Villermé (1782-1863), in uno dei primi libri che trattano delle condizioni di vita dei salariati, riporta il parere di industriali francesi che ritengono

«nell'interesse dell'operaio stesso che esso sia sempre alle prese con il bisogno, poiché allora egli non dà cattivo esempio ai propri figli e la sua miseria è la garanzia della sua buona condotta».

Antoine Augustin Cournot (1801-1877) è stato un grande matematico, ma la sua evoluzione morale si è arrestata alla fase in cui si elaborano certi pensieri:

«La popolazione operaia sopporterà, sia rarefacendosi essa stessa, sia prestandosi ad una riduzione di salari, le conseguenze del perfezionamento industriale, il quale aumenta d'altra parte i consumi, l'agiatezza ed i godimenti delle altre classi della società».

Mi chiedo come avrebbe reagito Cournot ad un operaio che gli avesse consigliato di ridurre il proprio stipendio e di accettare con gioia che i matematici, rarefacendosi, lavorassero per l'agiatezza e i godimenti dei geologi o dei botanici o dei chimici.

Auguste Comte (1798-1857) è celebrato come un grande pensatore; fu padre del positivismo, del termine sociologia ma anche di una strana religione, piena di riti e senza dio.
Questa testa fina aveva idee ben chiare su quale dovesse essere la vita dei lavoratori.

«La retribuzione del servizio dei lavoratori» scrisse Comte «resterà affidata alle decisioni private degli imprenditori. L'operaio deve portare al suo padrone attaccamento, rispetto e sottomissione».

Esaltando la funzione repressiva del lavoro, Comte affermò:

«Purificato da qualsiasi disposizione anarchica tramite una saggia educazione, nella quale dominerà la vera conoscenza della nostra natura individuale e collettiva, egli [l'operaio] rispetterà e farà rispettare una classificazione sociale di cui egli sentirà i benefici continui».

É la storiella, che ancora oggi qualcuno ha l'impudenza di riproporre, dei benefici a cascata che ruscellano giù in basso dalle smisurate ricchezze dei grandi: le briciole, insomma, che cadono dalle mense imbandite dei padroni.
Il filosofo francese immagina che «nella sua beata irresponsabilità», il lavoratore salariato godrà «la vera felicità», fino al punto che «amerà teneramente la concentrazione dei capitali umani come la condizione fondamentale della loro efficacia civica»...


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