Se non fosse per i (per lo più giovani) deputati e senatori del Movimento 5 Stelle non ne sapremmo pressoché nulla, eppure si tratta del provvedimento più radicale in questi 65 anni di Costituzione repubblicana. Mi riferisco al tentativo, inserito all’interno del cosiddetto decreto del fare (lo stesso che depenalizza l’inquinamento delle falde acquifere, giusto per dare un’idea del gusto per lo scempio) di modificare l’Articolo 138 della Costituzione italiana. Un tentativo di riforma della carta costituzionale ben più grave di quello che si è tentato di fare nel 2005 con la riforma voluta da Berlusconi e Calderoli, che tentarono di far passare con i soli voti dell’allora maggioranza politica di centrodestra, senza i due terzi dei voti necessari. A fermare la riforma fu però il referendum confermativo del 25 e 26 giugno 2006, che con il 58,5% di NO blindò la Costituzione del 1948. A votare fu in quel caso più del 53% degli aventi diritto, superando anche il famoso quorum del 50% + 1, che però per i referendum confermativi non è previsto. Si trattava di un’era geologica fa (anche se Napolitano è ancora Presidente): oggi centrodestra e centrosinistra fanno parte dello stesso governo e… insieme tentano di modificare proprio l’articolo che ha permesso, sette anni fa, di fermare lo scempio costituzionale in atto. Infatti l’articolo 138 della Costituzione prevede che:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

La maggioranza degli elettori poté quindi decidere se approvare o meno la riforma dell’allora governo Berlusconi attraverso lo strumento del referendum confermativo e senza quorum proprio in virtù dell’articolo 138, che blinda le possibilità di modifica della Carta. Naturale che, in una cosiddetta democrazia rappresentativa, una riforma radicale della struttura dello Stato debba essere approvata almeno dai due terzi dei rappresentanti popolari oppure decisa dal popolo stesso. Modificare oggi tale articolo significa rendere la Costituzione più flessibile (come denuncia il deputato Luigi Di Maio) e quindi facilmente modificabile.

Lungi da chi scrive, però, difendere a spada tratta l’insindacabilità della Costituzione, che è spesso considerata un Vangelo, come se il popolo non potesse rivedere le proprie regole se lo ritiene opportuno. È questo ad esempio anche il punto di vista di forze politiche che si presentano come alternative all’attuale Sistema di potere, come il Partito Italia Nuova di Armando Siri, che propone una riforma costituzionale che semplifichi notevolmente l’assetto istituzionale, a vantaggio del cittadino. Ma anche come il Movimento 5 Stelle, che in questi giorni è stato l’unico argine parlamentare alla riforma dell’Articolo 138, ma che si propone di introdurre nella Costituzione forme di democrazia diretta, come l’abolizione delquorum per tutti i quesiti referendari, l’introduzione del referendum propositivo e senza quorum, l’obbligo di discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare in tempi certi o l’introduzione del bilancio partecipato. Indicazioni programmatiche complementari a quelle di Per il Bene Comune, che propone l’introduzione di assemblee popolari che affianchino quelle rappresentative, sorvegliandone od indicandone le scelte.
Eppure c’è da temere che queste proposte di modifica della Costituzione in senso più democratico non siano esattamente le stesse che passano per la mente dei nostri governanti.

Un tentato omicidio premeditato?
A destare sospetti è il silenzio mediatico che accompagna la velocizzazione dei tempi per la modifica della Costituzione. Eppure giornali e televisioni di parole ne hanno spese per i processi di Berlusconi, per l’orango dato da Calderoli (ancora lui, mentre si parla di modifiche alla Costituzione) al ministro congolese Kyenge e per altre notizie di tale importanza e spessore (si fa per dire), dunque perché non dedicare la stessa attenzione ad un momento così importante per la vita di una cosiddetta democrazia? Eppure Giorgio Napolitano, dopo aver scelto come premier Enrico Letta il 24 aprile scorso, aveva chiesto espressamente ai media di “collaborare” al nuovo clima che l’Italia avrebbe respirato… Forse i mezzi di informazione generalisti non hanno preso nota delle parole di re Giorgio. O forse ne hanno preso nota eccome e le stanno eseguendo alla lettera?

Difficile, d’altronde, non chiedersi quale sia il movente di un omicidio quando hai di fronte a te un cadavere ed un assassino reo confesso. Nelle ultime settimane, infatti, ha fatto discutere in rete un documento pubblicato dalla JP Morgan Chase & Co di New York (una delle principali responsabili dell’erogazione di mutui subprime fino al 2008) dal titoloThe Euro area adjustment: about halfway there, che in italiano suona come L’aggiustamento dell’area Euro: circa a metà strada. In che senso l’adeguamento delle economie dell’Eurozona sarebbe ancora a metà strada, dopo che il Meccanismo Europeo di Stabilità ed il Fiscal Compacthanno di fatto sottratto ogni strumento economico e creditizio dalle mani dei governi, in nome dell’austerità? Forse a metà strada perché per risolvere la crisi economica ci sarebbe bisogno anche di una centralizzazione politica dell’Unione Europea, ossia di un solo governo e di un solo Parlamento per tutte le nazioni del Vecchio continente? Una centralizzazione magari simile a quella che ha portato all’unificazione dell’Unità d’Italia, che ha visto stati finanziariamente prosperi e ben amministrati come il Lombardo-Veneto, le Due Sicilie, lo Stato Pontificio, la Toscana, Parma, Modena finire in bancarotta economicamente e colonizzati politicamente? Forse, ma, come si legge nell’introduzione, “i problemi esistenti a livello nazionale dovrebbero essere affrontati a livello nazionale prima che la regione intraprenda ulteriori passi di integrazione”.
Cosa intenda la banca d’affari statunitense lo possiamo leggere alle pagine 12 e 13 del rapporto:

“All’inizio della crisi si pensò che i problemi nazionali preesistenti fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire un’ulteriore integrazione dell’area europea”.

Quali siano i limiti di natura politica secondo il rapporto della banca d’affari statunitense viene chiarito poco dopo:

“I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza”.

Infatti:

“I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. Le carenze di tale eredità politica sono state rivelate dall’incedere della crisi: i paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, con esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Per JP Morgan, dunque, sembra essere la stessa democrazia, nei suoi aspetti di tutela delle entità locali, di rappresentanza politica e di rigidità costituzionale ad impedire il proseguimento delle politiche di austerità. Se l’austerità mette in discussione la sovranità popolare, rinunciare alla seconda e non alla prima, quindi? In Italia lo spazio per operare delle riforme della Costituzione è abbastanza ristretto ed una forzatura legale la si è già attuata nel 2012 con il governo Monti, per introdurre in Costituzione il pareggio di bilancio. Per tacere dell’approvazione del Trattato di Lisbona, votato all’unanimità nel 2008, che di fatto provincializza l’Italia e la sua Costituzione, subordinandole alle decisioni di Bruxelles. Alla luce di questo si possono forse comprendere gli sforzi per eliminare dalla carta costituzionale quanto possa essere d’intralcio alla definitiva cancellazione dei diritti sociali (e politici) dei suoi cittadini. Per fare questo, serve un accentramento delle decisioni in poche mani, un uomo solo al comando, che goda della totale fiducia dei mercati.
Il rapporto di JP Morgan, infatti, riecheggia un’altra richiesta simile, avanzata nel 2010 da The Economist. Il giornale dellaCity di Londra, all’epoca, si esprimeva così sul futuro dell’integrazione economica europea (con particolare riguardo all’Europa del Sud):

“Lasciati a se stessi, gli elettori resisteranno ai sacrifici necessari per rimanere competitivi in un sistema di profonda integrazione economica, e gli stati nazionali erigono costantemente barriere al commercio internazionale. Un modo di eliminare quelle barriere sarebbe instaurare una sorta di governo federale globale. Un altro sarebbe insediare uno ‘Stalin del libero mercato’ – una figura sul modello del cileno Augusto Pinochet – che costringerebbe i cittadini del suo paese ad accettare le costrizioni del mercato globale, compreso il ripagamento dei debiti”.

Unendo i puntini…
Oggi, una modifica all’articolo 138, che di tutti i vincoli è forse il più restrittivo, permetterebbe di trasformare l’Italia (senza il passaggio per l’approvazione popolare) in una repubblica presidenziale, come richiesto da più parti dopo la rielezione di Giorgio Napolitano.

A motivarla, principalmente, il ruolo chiave avuto da Napolitano nella gestione della crisi politica in cui si è trovato il Parlamento negli scorsi mesi, privo di una effettivo vincitore delle elezioni. In quei due lunghi mesi intercorsi tra le elezioni politiche e la nomina a premier di Enrico Letta che re Giorgio ha potuto mostrare all’opinione pubblica l’importanza di avere unuomo solo al comando, che sappia prendere le decisioni giuste al momento giusto. Come già aveva fatto nel marzo 2011 quando, oltrepassando largamente il suo ruolo di garanzia, fece pressione sull’allora governo Berlusconi affinché contribuisse a bombardare la Libia (come dichiarato da Berlusconi stesso, senza smentite dal Colle), nonostante il governo di Muhammar Gheddafi fosse il governo legittimo di un paese sovrano, che non aveva nuociuto in alcun modo all’Italia e con cui gli stessi Napolitano e Berlusconi avevano firmato un accordo di non aggressione reciproca solo sei mesi prima. E nonostante l’Articolo 11 della Costituzione, che Napolitano avrebbe l’incarico di tutelare.
Ma il suo decisionismo fu palese agli occhi dell’opinione pubblica quando si affrettò a nominare, appena caduto il governo Berlusconi, Mario Monti senatore a vita, come anticamera dell’incarico a premier. E ancora quando, a dicembre del 2012, anziché nominare un nuovo esecutivo istituzionale che sostituisse quello di Monti (dopo le sue dimissioni) fino al giorno delle elezioni, preferì anticipare a febbraio la data delle consultazioni elettorali, mantenendo in carica il governo tecnico (fino a maggio). In quell’arco di tempo, il governo Monti si sarebbe dovuto occupare solo di questioni amministrative, invece deliberò l’appoggio ai bombardamenti francesi in Mali e il decreto sui Servizi, che permetteva lo spionaggio dei cittadini italiani da parte delle compagnie di comunicazione su mandato USA, senza nemmeno il parere del garante della Privacy (come denunciato dall’ex garante Stefano Rodotà).

Qualcuno, magari troppo sospettoso, ha avanzato l’ipotesi che il voto a marzo sarebbe stato troppo rischioso, perché il Movimento 5 Stelle avrebbe potuto prendere quei pochi voti in più che gli avrebbero consegnato la maggioranza alla Camera (e quindi il governo). Un esito molto probabile, che avrebbe consegnato all’Italia un indirizzo politico probabilmente molto diverso da quello attuale. Impossibile, in quel caso, la rielezione di Napolitano o il varo dell’esecutivo guidato da Letta e Alfano, che sarebbe stato impensabile, prima delle elezioni e della lunga agonìa post-elettorale, per gli elettori di entrambi gli schieramenti. Eppure, la sua composizione sembra ispirata all’elenco dei membri della fondazione veDrò, presieduta fino a poco fa da Enrico Letta, di cui fanno parte membri influenti dell’attuale governo, come i ministri Angiolino Alfano, Nunzia De Girolamo, Maurizio Lupi, ma anche membri della maggioranza come Mara Carfagna, Stefano Dambruoso, Vito De Filippo, Paolo De Castro, Benedetto Della Vedova, Giovanna Melandri, Renata Polverini, Adolfo Urso, le giovani promesse (per ora deputate al governo locale) Debora Serracchiani e Matteo Renzi e i leghisti Giancarlo Giorgetti e Flavio Tosi (solo per citarne alcuni). Un think net (rete di pensiero), come si autodefinisce veDrò (di cui non sapremmo nulla se non fosse per l’intervento in parlamento di Paola Nugnes) nato per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro paese.
Chissà se anche l’attuale, tacito, processo di destrutturazione della Costituzione e dei suoi princìpi sia tra gli scenariprovocatori ma possibili elaborati dai nostri “esperti”, oggi riuniti nel governo del fare.

Insomma, gli eventi di questi ultimi mesi, se guardati da una prospettiva più ampia, sembrano tutti preparatori per l’attuazione di quelle riforme politiche chieste da banche d’affari come la JP Morgan, come se servissero un governo ed un presidente dal polso di ferro per poter attuare misure che, altrimenti, non godrebbero mai del consenso popolare (proprio come suggeriva l’Economist tre anni fa).
Può sembrare una coincidenza, ma tutto questo sta avvenendo proprio mentre i paesi europei e la UE stanno negoziando con Washington i cosiddetti accordi di libero scambio, che, presentati all’opinione pubblica come funzionali alla creazione di un mercato comune tra le due sponde dell’Atlantico, sembrano invece l’anticamera per l’unificazione economica e politica tra USA e UE. Uno scenario provocatorio ma possibile, a cui la Commissione Europea sta lavorando sin dal 2007, senza alcun accenno né da parte dei media né della nostra classe dirigente, e che non trova alcuna apparente motivazione economica, dato che i paesi europei ne riceverebbero un incremento del PIL dello… 0,1% nell’arco di dieci anni. Se l’obiettivo è quello di rendere definitivamente il Vecchio continente una colonia degli USA, allora non stupisce la fretta del Parlamento di voler affidare a Giorgio Napolitano la piena gestione di questa transizione, in particolare dopo la sua presa di posizione sull’acquisto degli F-35, di cui ha avocato la scelta al governo (di nomina presidenziale) anziché al Parlamento (eletto dai cittadini).
In ogni caso, ipotesi di complotto a parte, i rapporti tra debito e democrazia sembrano ormai essersi rotti definitivamente, costringendo i popoli dell’Europa del Sud, cioè i PIGS, ad una scelta netta tra l’adesione alla dittatura (europea o transatlantica, non ha importanza) o il mantenimento e l’incremento della sovranità popolare. Una primavera mediterranea che oggi trova l’appoggio anche di Ambrose Evans Pritchard, analista finanziario delTelegraph, che invita l’Europa mediterranea a formare un “cartello dei debitori” che possa ricattare i paesi creditori con la minaccia di far saltare il banco dell’Euromercato. Difficilmente, però, potrà avvenire finché ognuno di noi non avrà maturato dentro di sé la scelta, non rinviabile, tra la libertà e la schiavitù.

P.S. Proprio in questi giorni è stato sfornato un libro destinato a rivoluzionare la storia di questo paese (e non solo), il cui titolo è un programma: Dalle stragi del 1992 a Mario Monti. Il suo autore, Alberto Roccatano, vi presenta prove inequivocabili sui mandanti e gli esecutori di vent’anni di complotto contro il nostro Paese. Leggerlo ed interiorizzarlo è la migliore arma per decretare la fine del regime corrotto in cui siamo stati indotti, con l’inganno, a vivere.